Recensioni

Diego, Lauro e Raffaele: tre amici e le loro bravate, l’ingenuità, il sogno, l’incoscienza. E poi la malattia, l’omosessualità, gli abusi e “la morte che pone fine a una vita, non a una relazione”. Due registri stilisticamente e graficamente differenti scandiscono il ritmo e le sensazioni. Il primo all’insegna dell’adolescenza, dei giochi, della spensieratezza, o presunta tale, e di una traversata oceanica che segna la fine di un’epoca. Il viaggio più strampalato e irrealizzabile cui si possa ardire. L’altro registro si connota di tinte drammatiche e anche l’inesorabile e lento spegnersi del protagonista finisce in secondo piano, spodestato dai racconti terribili della sua adolescenza. Il progressivo disvelarsi dell’omosessualità di Raffaele si impossessa della scena, ma le scoperte circa la sua convivenza con don Peppino, il sadico e perfido filantropo incontrato all’oratorio del Santuario della Madonna di Pompei, rubano la scena e infittiscono la trama.

L’ordine cronologico non viene rispettato: le continue digressioni conducono il lettore avanti e indietro nel tempo del racconto, che si impone e si sovrappone al tempo della storia. Raffaele narra, e chiede di narrare, avvenimenti assolutamente poliedrici nei toni, nei tempi e nelle ambientazioni: un romanzo nel romanzo. Il suo umore e le sue condizioni dominano e reggono le fila dell’impianto narrativo. Le Moire sono ormai prossime a recidere il filo del destino del “gigante buono” che non intende terminare il suo viaggio terreno tormentato da rimorsi e rimpianti. Nulla vorrebbe fosse indiviso, incompiuto, imperfetto. Laddove riesce, pone rimedio, ma alcuni avvenimenti non dipendono dalla sua sola volontà: così la madre, sorda e tracotante, incapace di accettare la sua natura, non risponde al richiamo disperato del figlio morente che la vorrebbe al suo capezzale.

Un romanzo d’amore e sull’amore. E non solo quello tra Raffaele e Luigi, fulgido esempio di devozione gratuita e sincera. Si narra anche dell’amore che lega indissolubilmente le vite di tre uomini, amici da bambini e fin all’ultimo respiro, dell’amore incredibilmente frustrato, non corrisposto, tra una madre e un figlio, dell’amore per un fratello, morto troppo presto, e per una sorella, che rinsavisce appena in tempo. Dell’amore per lo zio Juan e per il Pelusa e dell’escamotage che ordisce il protagonista attuando una fuga al fine di raggiungere il più grande calciatore di tutti i tempi all’alba della finale dei mondiali di “Mexico ‘86”, dell’amore per padri assenti e silenti, dell’amore che resta comunque e sempre più forte della morte: e proprio in quest’ottica dal sapore fortemente pascoliano il cimitero diviene il luogo del ricongiungimento amicale, l’emblema dell’amore che piega e annienta la morte. Il caldo e vellutato carminio delle rose infrange il gelido e rigido pallore della lapide.

Articolo scritto da

VINCENZO ANTONIO GALLO

Vicepresidente Arcigay Bat "Le Mine Vaganti"

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